FUTURO ROSEO, MA SERVE UNA BATTAGLIA CULTURALE

Eva Cantarella, docente di diritto romano e diritto greco antico all’università Statale di Milano, si è spesso occupata di donne, di quelle del passato come di quelle del presente. Ne ha parlato nel suo ultimo libro, “L’amore è un dio”, e nella trasmissione radiofonica che l’ha ispirato, “Sex and the polis”.

La percentuale di donne “in cattedra” negli atenei milanesi è davvero bassa. Delusa?
No, io sono ottimista. Stiamo facendo enormi progressi rispetto al passato. Quando iniziai a lavorare in università le donne si chiamavano solo assistenti.

Adesso invece si chiamano quasi solo “ricercatrici”.
È vero, le donne scarseggiano, ma ci sono comunque molte associate e sono loro che in futuro diventeranno ordinarie, docenti di primo livello.

La colpa è degli uomini che favoriscono altri uomini?
Non credo che ci sia mai stata discriminazione di genere. Io, ad esempio, ho avuto un maestro che mi ha portata avanti nella carriera accademica. I problemi sono altri.

Quali?
La doppia presenza della donna, il suo dover coordinare sempre impegni diversi. Si trova a gestire la propria carriera universitaria con maggiore difficoltà di un uomo, ma di questo non si tiene mai conto.

Intende dire che è un problema di ruoli?
Diciamo che la questione è la mancata condivisione di questi ruoli. Con la conseguenza che una donna deve necessariamente conciliare il lavoro domestico e parentale con un avanzamento professionale. In un ambito, quello accademico, che peraltro è molto competitivo.

Servono le quote rosa?
Proprio no, sono contraria. Al massimo vanno pensate delle misure di transizione legate a casi particolari. Ad esempio nel mondo della politica, perchè lì la situazione è disastrosa. Ma in università assolutamente no.

E allora come se ne esce?
Capendo che la questione è tutta culturale. Lo dimostrano ad esempio le norme sui congedi parentali: permettono anche ai padri di assentarsi dal lavoro per accudire i figli, ma poi sono sempre le madri a chiedere i permessi. Bisogna perciò avviare una vera e propria battaglia culturale.

Parliamo allora di armi. È vero che le donne hanno delle caratteristiche, delle doti proprie del loro genere, che possono usare in campo accademico?
Ma no... Quando insegno, quando studio, quando scrivo non sto certo a chiedermi se sono uomo o donna. Quello che possiamo dire, semmai, è che le donne sono più sensibili e interessate degli uomini ad un certo tipo di problematiche come lo studio della condizione femminile, la storia di genere e la storia della sessualità. La presenza femminile in università ha contribuito ad allargare il panorama di queste discipline.

Qual è la donna simbolo della battaglia per le pari opportunità?
In ambito accademico Rita Levi Montalcini, senza dubbio.

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