A Milano l’università non è (ancora) donna
Alla Bocconi lo scettro del maschilismo, la Bicocca la più virtuosa

La prima impressione è che siano ovunque. Le trovi in aula, nei laboratori, in commissione di laurea. Di donne sembrano ormai piene, le università milanesi.
Peccato che, per la maggior parte, siano a fare ricerca, manovalanza intellettuale nella piramide dei ruoli accademici. Lì sì che li superano (in quanto a numeri, s’intende) i colleghi maschi. Dietro un microscopio o una pila di reperti archeologici, le donne sono più della metà degli assunti tra i ricercatori di Statale, Cattolica, Bocconi e Iulm. In Bicocca sono esattamente il 50%.
Da questo punto in poi, però, la scalata si fa dura. Già tra i professori associati, gradino successivo, gli uomini sono la maggioranza in tutti gli atenei. Ma è soprattutto dietro la cattedra di docente ordinario che le donne faticano a sedersi. Lo testimoniano i dati: con il suo 31,5% la Statale ha il maggior numero di presenze femminili. E la performance peggiore porta il marchio Bocconi: ordinarie, 4,5%. La prima è stata promossa nel 2000 e oggi sono quattro in tutto, tra 89 docenti di primo livello.

Le pioniere
Io sono una delle più odiose, antipatiche, maschili donne che conosca. Perciò sono sopravvissuta“. Francesca Golfetto, 57 anni, è professoressa di Marketing, analisi competitiva e strategie di mercato. Insegna alla Bocconi dal 1980, ma solo sul volgere del millennio è diventata docente ordinaria. La prima. “Potete immaginare quanto ho faticato. Mi sono passati avanti tutti, ma non ho mai mollato e alla fine ci sono riuscita“. Racconta divertita che all’epoca un collega propose di festeggiare l’evento, ma qualcuno si oppose: “Meglio di no. Sennò fuori si accorgono di quanto siamo arretrati“.
Anche Amalia Ercoli Finzi è stata una pioniera. Nel 1962 è diventata la prima ingegnere aeronautico d’Italia e sono serviti 12 anni perchè al Politecnico un’altra seguisse le sue orme. “Il mio mondo è ancora considerato una roccaforte maschile, come tutte le facoltà scientifiche“ dice. I dati le danno ragione: al 2007 in tutto l’ateneo le ordinarie erano il 12%, le associate il 27% e le ricercatrici il 35%. “Per gli uomini noi donne siamo angeli del focolare, tutt’al più dedite ad attività di carità, a studi umanistici. Il fatto che il focolare ce lo vogliamo costruire da sole crea scompiglio“.

Al vaglio degli uomini
La carriera universitaria è una questione di selezione. Ma la selezione la fanno gli uomini. “Negli esami di accesso al dottorato, che sono anonimi, le studentesse raggiungono sempre i primi posti negli scritti. Invece all’orale, dove sono giudicate da commissioni al maschile, vengono superate dai loro colleghi“ dice la Ercoli Finzi, che è a capo della Commissione per le pari opportunità del suo ateneo. E propone una soluzione drastica: “Gli esami bisognerebbe farli a volto coperto“.
Anche lei ha avuto qualche difficoltà? “Mi è capitato di presentare dei lavori importanti in momenti delicati o in situazioni particolari. Per sentirmi sicura, ho chiesto a un uomo di farlo al posto mio“. Un problema di tante, spiega Maria Luisa De Natale, docente di Pedagogia generale alla Cattolica e primo Prorettore donna dell’ateneo: “Nelle scienze umanistiche non è molto raro che i nostri lavori vengano valutati meno di quelli dei colleghi. Esiste una difficoltà ad essere prese sul serio“.
Difficile anche a Milano, dove Letizia Moratti è sindaco e Diana Bracco presidente di Assolombarda? “Entrambe hanno alle spalle famiglie importanti“ taglia corto Maria Tilde Bettetini, docente di Estetica e filosofia della comunicazione allo Iulm, dove è delegata per le Pari opportunità. “Accade anche nelle università: ci sono tante donne capaci, ma spesso si sono fatte strada con l’appoggio di una famiglia o di un marito famoso“. Roberta De Monticelli, professore ordinario di Filosofia della persona al San Raffaele, non è del tutto d’accordo: “Questo vale anche per gli uomini“ dice. “In Italia il sistema di reclutamento funziona per cooptazione, amicizie e parentele: un ostacolo per entrambi i sessi. Per tutti il presenzialismo conta più della preparazione“.

Single è meglio?
Pregiudizi, raccomandazioni, maschilismo, d’accordo. Ma a fare la differenza sembra essere la famiglia. “Io ho sposato l’uomo più femminista che conosco“ racconta la Golfetto, “ma alle otto di sera, anche se sono chiusa in una stanza a lavorare, mi viene a chiamare. La pappetta al bambino non gliela prepara“. Per fare carriera servono ricerche, pubblicazioni, conferenze. Il che richiede, oltre al tempo in ateneo, tanto studio a casa.
Non è una questione di famiglia, ma di maternità“ secondo Roberta de Monticelli. “Il tempo perso e il carico emotivo diminuiscono la competitività“. Lei lo chiama “orologio biologico”. Qualcuno semplicemente lo considera un handicap: “Al momento di diventare ordinario mi hanno fatto passare davanti un uomo perchè ero incinta“ ricorda la Golfetto. Per altre, come Antonella Besussi, docente di Filosofia politica alla Statale, la scelta è stata drastica: “Non mi sono sposata e non ho figli. Ho lottato alla pari con gli uomini“.
In ogni caso la ricerca non aspetta “ed è inutile poi recriminare“, dice la Bettetini. “Alcune donne non chiedono il part time, se lo prendono. Diventano ricercatrici a 35 anni, fanno due figli e passano in università una o due volte alla settimana. Salvo, a 50 anni, lamentarsi di essere state superate da un uomo“. Ma allora bisogna essere wonder woman? “No, avere una volontà di ferro, nervi d’acciaio e un marito d’oro. Non uno che sbrighi le faccende di casa, ma che accetti che la moglie fa carriera“. Parola di Amalia Ercoli Finzi, che di figli ne ha ben cinque.

Così vuole natura
Quando tutte le altre scuse non reggono, per spiegare le discriminazioni di genere si fa appello persino a madre natura. “La Bocconi“ dice Francesca Golfetto “è così maschile anche perchè nell’immaginario collettivo il manager è uomo. La donna è vista più come una segretaria. Un pregiudizio, certo, ma un po’ ce l’abbiamo, la struttura mentale della segretaria“. Poco interessate al potere, emotive, ansiose e servizievoli. Sono questi, secondo la docente di Marketing, i limiti delle donne.
Ad assolvere la categoria ci pensa la Ercoli Finzi. Per lei è vero proprio il contrario: “Siamo adatte ai posti di potere perchè siamo sintetiche e analitiche allo stesso tempo, dal momento che nella vita quotidiana dobbiamo risolvere più situazioni complesse contemporaneamente“.
Comunque le donne siano fatte, sono i numeri a parlar chiaro. E a dare speranze per il futuro. Le studentesse sono ormai la maggioranza, nelle università milanesi come in tutta Italia (57%). Ma anche tra le docenti le percentuali crescono. Lentamente. Associate e ordinarie erano il 27,9% nel 1998, il 32,4% nel 2006. Il vero problema resta quello di arrivare a occupare i posti che contano.

Cariche dirigenziali
Non c’è nessun rettore donna a Milano. In tutta Italia sono tre, su 80. Nelle università c’è come un soffitto di vetro, che permette alle donne di vedere i vertici, ma rende loro quasi impossibile raggiungerli.
Il monocolore vince negli atenei privati. Alla Cattolica solo due ruoli direttivi sono in rosa: una preside (sui 14 totali) e una prorettrice. Alla Bocconi la situazione peggiora: Diana Bracco nel Consiglio d’amministrazione siede sola in mezzo a 17 uomini. E allora si scende a cercare tra direttori di Scuole, prorettori e delegati. Dodici a zero. Stesso discorso al San Raffaele: tre presidi, tutti maschi. Allo Iulm, dove ce ne sono due, uno è donna.
Le università pubbliche non fanno molto meglio. Al Politecnico non c’è presenza femminile ai vertici delle nove facoltà. Ma in Città Studi hanno il loro ufficio le due presidi della Statale (su otto totali): una ad Agraria, l’altra a Scienze matematiche, fisiche, naturali. Lo scettro delle pari opportunità spetta di gran lunga alla Bicocca: a un Senato accademico bipartisan (quattro contro quattro), corrisponde un Cda che è rosa per un terzo. L’ateneo, data la giovane età, sente forse meno degli altri il peso dei baroni.

Quote rosa
Riservare alcuni posti alle donne? Per carità, vade retro, è la risposta unanime. “C’è una direttiva ministeriale che sottolinea l’esigenza di equilibrare uomini e donne nelle commissioni di concorso per la Pubblica Amministrazione. E viene sempre disattesa“ avverte Carmen Leccardi, presidente del Comitato pari opportunità della Bicocca e docente di Sociologia. Meglio, piuttosto, agevolare la gestione di famiglia e professione. Roberta De Monticelli, che ha insegnato a lungo in Svizzera, propone quel modello: “Nel cantone di Losanna i limiti di età per le borse di ricerca post dottorato sono stati aumentati, per consentire alle donne di fare figli prima dei 40“. E poi, ognuna faccia la propria parte, “sia testimone dei valori che vuole le siano applicati“ sostiene Maria Luisa de Natale. Come a dire: non fate alle vostre assistenti quello che altri hanno fatto a voi.

Authors
Serenella Mattera
Cristina Piotti
© 2007 all rights reserved PWA Milan